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La nostra visione della società italiana di oggi
La “madre di tutte le battaglie” (se possiamo usare questo linguaggio) da combattere per risanare l’Italia è quella del debito pubblico.
E’ vero, ci sono molti altri problemi gravi: la scarsa competitività internazionale, la concorrenza delle ‘tigri’ asiatiche, la perdita di posti di lavoro, il taglio dei servizi e delle prestazioni sociali, la carenza di infrastrutture moderne, la sempre più diffusa povertà, il precariato dei giovani e non solo dei giovani, la ricerca eccetera, eccetera.
Per alcuni, ma solo per alcuni, di questi problemi (pensiamo soprattutto alla feroce concorrenza delle esportazioni cinesi), effettivamente lo Stato e le politiche pubbliche possono far poco.
Ma, per tutto il resto, il problema di tutti i problemi risiede proprio nella sempre crescente asfissia finanziaria dello Stato (il debito pubblico ha toccato il suo nuovo record in termini assoluti proprio nelle ultime settimane tra agosto e settembre 2005), a sua volta, provocata dallo spaventoso debito pubblico italiano accumulato in tanti anni da governi diversi e da forze di diverso orientamento politico-ideologico.
In apparenza l’Italia è gravata da trenta, quaranta, cento problemi diversi, tutti gravi. In realtà, ognuno di questi è riconducibile, in ultima istanza, allo scompenso finanziario gravissimo da cui siamo tormentati e che toglie sempre più risorse alle politiche di protezione sociale, alla ricerca, alla scuola, all’università, al corretto funzionamento della giustizia, alla lotta contro la criminalità di ogni tipo, ai consumi privati, agli investimenti, insomma, ad un’efficiente e sana amministrazione dello Stato, scompenso che agisce da vero e proprio nodo scorsoio non solo verso lo Stato e la sua amministrazione, ma nei confronti della vita dei cittadini italiani.
Questo sarà il nostro ossessivo e martellante cavallo di battaglia. Nessuna forza politica, nemmeno tra quelle più grandi e responsabili, si è dimostrata finora veramente conscia di questa emergenza, dei suoi effetti devastanti e dei pericoli all’orizzonte (pensiamo a cosa può ancora accadere se sui mercati internazionali si verificasse il tanto temuto rialzo dei tassi di interesse).
Nessuna forza politica ha assunto la questione del debito pubblico come la causa prima di tutti i problemi dell’Italia, come il problema numero uno dell’Italia, anzi, come “la madre di tutti i problemi”. Nessuna forza politica ha avanzato la benché minima proposta organica per un concreto ed efficace piano di risanamento finanziario del nostro Paese.
Noi del NUOVO PARTITO D’AZIONE, non solo abbiamo scelto questo tema come ispiratore principale della nostra azione politica, ma ci spingiamo laddove finora non si è mai spinto nessuno: diremo dove andare a prendere i soldi, fino a quale punto mantenere l’emergenza, quanto prelevare, come prelevare e come ri-orientare il bilancio dello Stato, ma non solo questo. Quasi tutte le nostre proposte convergono verso quest’unico obiettivo, partendo dall’assunto che se non si risana finanziariamente il Paese, quest’ultimo è destinato a trascinarsi in un’agonia lentissima alla fine della quale i problemi saranno ancora più ingestibili e col triste risultato che si saranno persi solo risorse e tempo preziosi.
Siamo passati da un’esagerazione all’altra. Negli anni ’70 andava di moda considerare il salario come una ‘variabile indipendente’. Oggi, una parte della società italiana s’impadronisce, con metodi spesso discutibili e che non sono esattamente frutto di un’onesta attività lavorativa, di fette sempre più grandi della ricchezza prodotta.
Il governo Berlusconi si è rivelato un autentico fallimento proprio su quelli che dovevano essere i suoi punti forti. L’uomo di Arcore aveva promesso agli italiani che si sarebbero arricchiti, e mai dal Secondo Dopoguerra ad oggi l’Italia si è ritrovata così povera ed impaurita. Si sono arricchiti solo speculatori vari e di vario tipo.
Soprattutto, si è arricchito lui e le sue società quotate in Borsa. Il ceto medio si è impoverito. I poveri sono aumentati e non è diventato più un fatto raro sentir parlare di nuclei familiari, specialmente nel profondo Sud, che muoiono letteralmente di fame. Ci aveva promesso l’America il Paperon de’ Paperoni di Arcore.
Ma non ci aveva detto che ci saremmo trovati molto più vicini all’America del Sud, che agli Stati Uniti, imitati solo per le cose peggiori, mai per le migliori. Assomigliamo, infatti, sempre più all’Argentina e sempre meno agli USA. Questo è l’amaro bilancio di quattro anni di berlusconismo ‘reale’. Molte altre cose del berlusconismo, per esempio, il classismo straccione e senza scrupoli delle leggi sociali sue e di quella parte della borghesia che si identifica totalmente con lui, con i suoi vezzi, con le sue fisime, con le sue ossessioni, con il suo linguaggio, con i suoi modelli sociali, fanno pensare ad un doppio salto all’indietro verso gli anni ’50 e verso il Sudamerica martoriato dai vari capataz e dalla demagogia peronista. La sua paranoia anticomunista supera, di gran lunga, finanche quella degli eredi del fascismo italiano ed è paragonabile appunto solo a quella dei vari e tristemente noti tiranni sudamericani. Degli anni berlusconiani, nulla deve restare.
Questo è un impegno prioritario per noi da chiedere a tutte le forze dell’Unione, nel caso la coalizione di centrosinistra nel 2006 riuscisse a mettere fine alla vergogna infinita del governo delle tre destre estreme. Come neo-azionisti pretendiamo dall’Unione la cancellazione di tutte le leggi approvate in questi disgustosi anni.
Al limite, si potrebbe salvare solo la legge contro il fumo e quella sulla patente a punti.
Tutto il resto non merita che la spazzatura. Le risorse finanziarie per il progressivo risanamento dello Stato (che non deve limitarsi al deficit corrente, ma che deve finalmente e progressivamente tagliare il nodo scorsoio del debito pubblico) devono uscir fuori, in buona parte, da quei 2/3 o quei da quei 2/5 del Paese che ancora non sono precipitati (e che probabilmente non precipiteranno mai) nel tunnel dell’ansia da sopravvivenza.
Un modo per dire che debbono pagare coloro i quali ricconi, ricchi e benestanti, hanno visto aumentare il loro patrimonio finanziario nella crisi o nonostante la crisi o proprio grazie alla crisi e che erano tali già prima di essa. Sono loro a dover fare i veri sforzi della bonifica finanziaria dello Stato e solo loro d’altronde possono farlo.
Naturalmente, in proporzioni diverse, non tutti nello stesso modo e per gli stessi motivi.
La TPPC (Tassa Patrimoniale Progressiva Combinata) prevederebbe diverse aliquote di tassazione patrimoniale. Bisogna stabilire l’aliquota minima e la fascia minima di tassazione. Certo è che i ricchi, i quali si sono ancor più arricchiti negli anni di Berlusconi, mentre la maggioranza del popolo italiano s’impoveriva (certo, non solo a causa di Berlusconi), hanno il dovere di contribuire, in buona parte, al risanamento finanziario del Paese; sono quelli che devono contribuire maggiormente a questo sforzo.
La tassazione ordinaria non li ha nemmeno sfiorati (anzi, con la riduzione delle aliquote più alte tenacemente perseguita dall’impresario di Arcore, quelli sono stati ancor più favoriti) ed in ogni caso la tassazione ordinaria non basta più nemmeno per l’ordinaria amministrazione, così come non bastano le altre politiche di tagli alle spese, di contenimenti salariali, di annullamento degli investimenti (soprattutto degli investimenti al Sud) eccetera eccetera. Bisogna allora istituire una tassa patrimoniale che ogni anno (o, al massimo, ogni due o tre anni) attui un prelievo, che non deve avere altra destinazione se non quella di ridurre il debito pubblico. Un prelievo che non vada a sostituire la fiscalità ordinaria ed i cui proventi non entrino nella gestione del bilancio statale, in modo tale che il piano di rientro del debito possa far segnare una riduzione del rapporto debito/PIL almeno di tre punti annui. I frutti dell’abbassamento del debito pubblico si vedrebbero, così facendo, già dopo soli pochi anni e sarebbero sempre più evidenti col passare del tempo.
La riduzione del debito pubblico migliorerebbe vistosamente la vita di tutti, non solo quella dei ceti più poveri, non solo quella dei ceti medi, ma finanche degli straricchi.
Il più grande giovamento che si avrebbe è che si libererebbero risorse dal bilancio ordinario dello Stato che potrebbero andare a finanziare un altro Fondo quello contro la povertà assoluta e la miseria, perché l’Italia è l’unico Paese europeo insieme alla Grecia che non ha mai avuto una vera, una decente politica contro l’indigenza, che non ha mai conosciuto un vero assegno di disoccupazione, un reddito di cittadinanza.
Con i fondamentali finanziari migliorati si potrebbero dirottare altri capitoli di bilancio in direzione di un altro Fondo, il quale serva per sperimentare una novità assoluta, un’altra proposta innovativa del NUOVO PARTITO D’AZIONE: l’imposta negativa sul reddito. Circa il reddito di cittadinanza solo da pochissimo tempo la sinistra, i DS e Rifondazione Comunista si stanno muovendo.
Prima, i loro predecessori del PCI e del PSI pensavano piuttosto a fornire il loro contributo all’aumento vertiginoso del debito pubblico o ad inseguire modelli di società comunista (il PCI) o fuoriuscite dal capitalismo (anche il PSI, per molti anni) senza aggredire veramente questi problemi.
I sindacati, dal canto loro, avevano occhi e orecchie solo per i lavoratori stabilizzati a stipendio fisso. Di queste ‘piccole cose’, dei conti sani, del debito pubblico non si degnavano: erano considerate cose riformiste ed, infatti, lo erano.
Erano cose da socialdemocratici, certo, da socialdemocratici nordeuropei e non italiani, ma sempre socialdemocratiche erano. Peggio ancora, cose da saggi borghesi, cose da borghesia illuminata come il rigore nei conti pubblici.
La proposta di cui al punto 6) della nostro Programma è, del tutto, inedita come si diceva poc’anzi. Può sembrare un’idea comunista, ma non lo è. Forse, non è nemmeno socialdemocratica, nel senso che il suo più famoso propugnatore è di tutt’altra scuola. Paradossalmente, questa idea, perfetta, o quasi, per una socialdemocratica “politica dei redditi”, l’ha cacciata fuori per la prima volta, ormai molti anni fa, il principe degli economisti conservatori americani, il guru della scuola monetarista internazionale: Milton Friedman.
Questo paradosso, tra l’altro, è l’ennesima dimostrazione di come i berluscones siano filoamericani solo a parole o solo quando conviene loro, cioè solo quando il Nord America si avvicina al Sud America, non quando tende il suo abbraccio transatlantico in direzione dell’Europa più avanzata, più civile, più umana ed umanista.
Forse, i capi delle nostre destre non sanno nemmeno chi è Friedman.
E’ stato calcolato da brillanti economisti che per togliere la disperazione delle fasce più povere e indifese, basterebbero dai 6.000 ai 7.000 miliardi di vecchie lire ogni anno, una cifra che si potrebbe reperire stabilmente anche con pochi ritocchi e spostamenti di risorse da un capitolo di bilancio all’altro e, quindi, già con l’attuale situazione finanziaria.
La cifra corrisponde esattamente a quanto Berlusconi ha tagliato dalle tasse ai più ricchi con la sua controriformina fiscale. Ecco un altro, ulteriore esempio, concreto e non retorico, di come ci si trovi dinanzi ad un governo sostanzialmente classista e reazionario. Con quei soldi o si dava una mancia ai più ricchi (con effetti che, non a caso, si stanno rivelando nulli sul piano della ripresa dei consumi) o si cominciava sul serio a costruire un Welfare italiano degno dell’Europa. Berlusconi ha scelto ovviamente, data la sua vera natura da capataz reazionario stile Sudamerica d’antan, la prima strada.
D’altronde, se un vero Welfare non l’avevano costruito, avendo governato per decenni, i democristiani, poi i democristiani più i socialisti craxiani, poteva farlo proprio Berlusconi, il cui unico progetto politico è la salvaguardia della propria ‘roba’, di quella dei suoi amici, delle sue aziende e di quella dei più ricchi industriali italiani, quasi tutti clienti delle sue reti Mediaset? Qui, come si vede, il cerchio si chiude e tutto diventa ancor più chiaro.
Poi, il NUOVO PARTITO D’AZIONE propone di entrare pesantemente con tutta l’energia necessaria, anche di tipo sanzionatorio, in un’altra emergenza economico-sociale. Dare un minimo decente di sicurezza ai più poveri ed emarginati e dare una ancora di salvezza garantita ai precari ancora non basterebbe se i prezzi, spinti dalla speculazione più che dall’aumento delle materie prime, aumentano, com’è successo negli ultimi tre anni. Berlusconi per scrollarsi di dosso la colpa anche di questo ennesimo, grave fallimento ha detto che la colpa è dell’euro e di Prodi e Ciampi che l’hanno voluto.
Ovviamente non è così e l’euro non c’entra niente. La vera causa è di natura speculativa e la speculazione c’è stata solo in Italia e basta. Sono aumentati moltissimo i generi più passibili di manovre speculative: ortaggi, frutta, abbigliamento e calzature.
Ma sono aumentate, raddoppiate addirittura, anche le quotazioni delle case. Basti pensare che ormai costa più un appartamento a Montecastrilli che in una delle più belle vie di Nizza, la porta della dorata e mitica Costa Azzurra in Francia.
Ma com’è stato possibile tutto ciò? Con le leggi del mercato, quel mercato con cui i berluscones si sciacquano tanto la bocca, non sarebbe possibile, ma sotto il governo Berlusconi tutti i segnali di incoraggiamento per la speculazione e per il disprezzo del bene pubblico sono stati attivati e, quindi, purtroppo, il peggio è diventato realtà! I sindacati ed alcuni partiti della sinistra post- e neo-comunista hanno indicato la loro soluzione all’impoverimento causato da questa colossale rapina dei prezzi; secondo i sindacati, bisogna aumentare, anche fortemente, i salari. Certi vizi degli anni ’70 evidentemente sono duri da sconfiggere. La soluzione di aumentare i salari, in un quadro di rottura della contrattazione negoziata, sarebbe un rimedio quasi peggiore del male! Come spesso è accaduto in passato (ricordarsi del 1977), i sindacati pensano agli occupati e si dimenticano dei disoccupati, dei pensionati poveri, dei precari (che sono diventati milioni, i cosiddetti co.co.co, anche se ora non si chiamano più così) e di tanti altri emarginati.
Il risultato della crescita dei salari, in presenza di una tendenza speculativa generalizzata e non combattuta, come quella attuale, sarebbe un aumento ulteriore dei prezzi e dell’inflazione, una debolezza ancora più forte delle fasce non protette (che non assommano più, come una volta, a poche centinaia di migliaia, ma che rischiano di diventare dopo il disastro del governo delle destre, milioni di persone) dall’adeguamento salariale ed un aumento delle distanze fra lavoratori impoveriti e poveri tout court.
Non ci sembra un bel risultato. Purtroppo, è anche vero che paghiamo il prezzo di grandi errori fatti in un passato neanche più tanto recente. Il taglio della scala mobile attuato da Craxi non era in sé una cosa sbagliata. Non si può dire se sia stata una cosa riformista o no. Limitiamoci a dire che non era una cosa in sé sbagliata o nefanda.
La colpa immensa di Craxi non fu tanto questa, ma un’altra. Il taglio della scala mobile poteva avere un senso se fosse stato accompagnato da una politica della riduzione del debito pubblico e del costo immane dello Stato, dovuti alla corruttela generalizzata nei lavori pubblici e nelle forniture statali. E Craxi fu il maggior responsabile dell’una e dell’altra cosa; della mancata riduzione del debito pubblico (anzi il leader del PSI fu il massimo responsabile dell’esplosione della curva del debito pubblico negli anni ’80 e di cui, a distanza di venti anni, o quasi, stiamo pagando, oggi come non mai, le devastanti conseguenze) e della crescente corruzione pubblica. Per molti anni in passato lo Stato ha pagato inverosimili cedole sui titoli di Stato con BTP al 20%, cioè con tassi ancora più ‘sudamericani’ dell’Argentina fallita nel 2001!
L’unica soluzione è invece sconfiggere la speculazione, spesso legata anche a fenomeni di criminalità, ed attuare una moderata e oculata politica deflazionistica, eliminando soprattutto i fattori inflattivi endogeni (come l’aumento delle tariffe, per esempio, che è tipica conseguenza del deficit di bilancio, a sua volta, effetto del debito pubblico).
Questa è la sola politica che, alla fin fine, avvantaggerebbe tutti, finanche i commercianti. I commercianti anzi, per non parlare degli altri, ne trarrebbero vantaggio per ben tre volte; la prima volta perché pagherebbero anche loro di meno i fornitori, la seconda volta perché venderebbero molto di più (mentre oggi molti commercianti sono le prime vittime della loro stessa avidità speculativa e delle loro furberie al momento del passaggio dalla lira all’euro) e la terza volta perché anche i commercianti, fuori dai loro negozi, sono dei consumatori. E’ vero che, direttamente, un Governo può far poco (e, comunque, anche questo poco non è stato fatto) contro la speculazione commerciale, soprattutto, se l’ha subdolamente ed irresponsabilmente coperta, ma indirettamente può fare molte cose.
Delle idee stanno venendo fuori, anche all’estero. Naturalmente, se c’è la volontà politica si possono fare miracoli. L’unico problema è che fino a quando ci sarà questo Governo non ci sarà mai nessuna volontà di risolvere i problemi della gente e, meno ancora, della gente che sta peggio. Come Maria Antonietta nella reggia di Versailles, anche Berlusconi forse si chiede stupito nelle sue dorate ville sarde perché il popolo sia sempre più scontento e si preoccupi del pane che può mancare; chissà se non avrà pensato anche lui di dare al popolo le brioches.
Un altro cavallo di battaglia del NUOVO PARTITO D’AZIONE, che vuol porsi all’avanguardia della lotta politica per la moralizzazione del Paese, e non solo del facile moralismo a buon mercato, sarà la lotta alle truffe. E’ incredibile il numero di cittadini italiani che sono vittime ogni anno delle truffe più svariate e fantasiose.
Anche questa, è un’emergenza colpevolmente sottovalutata dalla generalità dei partiti. E’ un fenomeno quello delle truffe e dei raggiri che intossica la vita associata, corrode la fibra morale del Paese, spesso con conseguenze anche tragiche. Quando parliamo di truffe, non vogliamo alludere solo alle piccole e grandi truffe che si svolgono tra due soggetti privati e di cui la cronaca nera ogni giorno è piena. Vogliamo riferirci anche alle grandi truffe finanziarie che hanno trovato finora tutte le Autorità, compresa la Banca d’Italia, nel migliore dei casi come spettatori inerti. Le truffe dei bond argentini e dei bond Parmalat, dei bond Cirio sono state degli scandali che dire vergognosi è veramente poco.
Migliaia di famiglie rovinate, qualcosa come 50.000-60.000 miliardi (di vecchie lire) bruciati. E’ incredibile il lassismo morale di questo Paese, di tutte le classi politiche degli ultimi anni e decenni verso la criminalità economica e verso il reato di truffa, in modo particolare. E’ incredibile l’insensibilità verso questi problemi. Eppure, non c’è niente che tocchi di più un onesto cittadino che l’essere truffato ed il vedere, da un giorno all’altro, andare in fumo tutti i sacrifici di una vita per colpa di uno fra le decine e decine di migliaia di truffatori che scorazzano, spesso impuniti, per l’Italia alla continua ricerca di vittime, di ingenui, di persone disperate e, quindi, facili prede di queste autentiche carogne.
Anche su questi temi, i segnali lanciati, in quattro anni, dal governo Berlusconi sono stati semplicemente letali. Una richiesta di riforma del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale, non in favore degli impuniti, ma in favore, finalmente, delle vittime di truffe, raggiri ed appropriazioni indebite sarà certamente ai primi posti fra le proposte qualificanti il NUOVO PARTITO D’AZIONE.
Siamo contrari ad una visione ristretta della battaglia per la moralizzazione del Paese. La corruzione del nostro Paese è molto, ma molto più profonda e complessa di quanto generalmente si è portati a ritenere.
Non basta combattere la corruzione e la concussione tra il funzionario dello Stato e l’imprenditore. Sulla corruzione si sono versati fiumi di inchiostro, si sono scritte intere biblioteche, ma siamo ancora allo stesso punto di sempre. Il ‘familismo amorale’, il nepotismo e la raccomandazione sono eterni vizi che occorre estirpare, che occorre sconfiggere per poter dire di aver dato veramente un contributo al cambiamento storico dell’Italia. I concorsi pubblici sono il momento più frequente in cui il cittadino italiano si trova solo davanti a questa costante eterna dell’Italia, il momento in cui capisce che la parola democrazia suona spesso come inganno delle solite classi dirigenti (ma più che di classi dirigenti, di cui questo Paese è stato sempre generalmente privo, occorrerebbe, in realtà, parlare, gramscianamente, di classi dominanti), che si sono sempre spartite, al di là di vere o finte contrapposizioni politico-ideologiche, il potere in questo nostro (povero) Paese. Ecco perché una legge sulla trasparenza ‘vera’ nei concorsi pubblici verrebbe vista come un evento quasi rivoluzionario dai cittadini italiani. Questa legge è un altro dei punti più qualificanti della proposta politico-programmatica del NUOVO PARTITO D’AZIONE.
Ma non finisce qui. Non si può intervenire sui mali profondi ed irrisolti della società italiana senza intervenire contemporaneamente anche sui meccanismi di selezione della classe politica, sulla riforma della politica. Se il centrodestra è l’immoralità allo stato puro, è l’oscenità fatta politica, pura pornografia del potere dal momento che non si vergogna più neanche di mostrarsi, brutti vizi ricorrono e si affacciano spesso anche nel campo del centrosinistra. Sentiamo spesso di proposte di aumenti di stipendio per i deputati, per i consiglieri regionali, per i loro portaborse. La crisi esiste per tutti, ma sembra che la classe politica come l’aristocrazia di Versailles nella Francia pre-rivoluzionaria sia l’unico ceto che abbia avuto il diritto divino di continuare a vivere negli agi anche quando masse crescenti di cittadini sono costrette a tirare sempre più la cinghia. La verità che si vuol celare è che il detenere ruoli, anche infimi, nel sistema politico-amministrativo è diventato ormai un affare, anche senza bisogno di rubare e di ricevere mazzette. Tutto ciò è pernicioso ed estremamente diseducativo; allontana coloro che avrebbero veramente le qualità per fare politica dalla scena politica, che si riempie invece di leader sempre più improbabili, di gente che tutto dovrebbe fare nella vita meno che fare politica, di dilettanti allo sbaraglio, di una fauna umana inverosimile che sta finendo di squalificare del tutto l’attività politica agli occhi della gente comune. Il tempio della politica è pieno zeppo di affaristi, piazzisti e mercanti, di parvenus e scalatori sociali. E’ arrivato il momento che una forza politica seria e responsabile, nient’affatto qualunquista, si carichi del compito di avanzare qualche proposta drastica anche in questo nevralgico quadrante della vita associata.
Le proposte di riforma di cui ai punti 1 e 2 possono essere una base di partenza per la moralizzazione ed il risanamento della politica. Ciò che si può facilmente notare è che la nostra proposta complessiva è chiara ed organica: il tema del risanamento, unito a quello della democratizzazione profonda e non fraudolenta, ricorre in modo circolare fino al punto di determinare una vera e propria filosofia politica. Proposte come quelle di cui ai punti 1-2-3-4 non sono né populiste, né demagogiche, né qualunquiste.
La differenza tra qualunquismo e domande radicali o bisogni radicali di democrazia e di moralità pubblica è grandissima. Il qualunquismo non ci riguarda affatto in qualità di nuovi azionisti. Il qualunquismo nasce a destra con ‘L’Uomo Qualunque’ di Giannini, quello che amava esercitarsi in un volgare sarcasmo ai danni di una delle più grandi e belle figure dello storico Partito d’Azione come Ferruccio Parri. Non ci sembra proprio il caso di accusarci di qualunquismo, quindi.
Le direttrici portanti della riduzione del debito pubblico, della democratizzazione e della moralizzazione si possono riscontrare anche nelle proposte per il risanamento ed il rilancio della cultura e della ricerca (punti 12-13). Tra le tante mafie e mafiette, tra le tante corporazioni di privilegiati (e, non di rado, anche di impuniti) del nostro Paese c’è, senz’altro, anche quella dell’accademia universitaria. Si pensi, ad esempio, ai tanti scandali che negli ultimi anni hanno investito diversi Atenei italiani. Ci sono Università, dove nei ruoli di personale docente appaiono interi clan familiari. All’università non bisogna, però, tagliare i fondi, soprattutto quelli della ricerca, come sta facendo il governo di centrodestra.
Bisogna, invece, pretendere che la casta dei professori universitari smetta di essere tale e che diventi, piuttosto, una élite effettiva, responsabile e legittima di meritevoli e dei migliori, una élite che inneschi una cooptazione di altri meritevoli secondo criteri chiari, accertati e trasparenti di selezione. Bisogna pretendere che le Università sfornino idee per la ricerca, per il progresso effettivo del Paese. Bisogna pretendere che le Università interagiscano con chi produce cultura nella società. Bisogna pretendere che i migliori cervelli giovani che questo Paese ancora incredibilmente sforna non vadano a contribuire alla ricchezza delle nazioni già più forti e sviluppate della nostra (USA, Germania, Gran Bretagna, Francia, ecc.). Si sprecano ancora (nonostante tutto) quantità incredibili di soldi in questo Paese, ma 1.000 euro (sic), soli 1.000 euro per trattenere in Italia un giovane biochimico di talento o una giovane promessa nel campo della ricerca sui tumori o sull’Aids o sulle nanotecnologie, spesso, non si trovano e regaliamo così ad altri Paesi un investimento enorme.
Lo stesso accade all’interno del nostro Paese tra giovani cervelli meridionali e regioni forti del Nord. La ricerca deve essere al primo posto tra le politiche di rilancio del nostro Paese. Ma, anche per questo, anche per il rilancio, serve prima di tutto il risanamento finanziario, politico e morale. Quindi, la moralizzazione non è, come alcuni famigli del falso mago di Arcore vogliono far credere, un’inutile perdita di tempo e di energie, distolte dall’azione tesa al rilancio economico. Noi diciamo, invece, che nessun rilancio economico può essere pensato, se prima non si risana moralmente e finanziariamente il Paese.
RILANCIO ECONOMICO E RISANAMENTO MORALE E FINANZIARIO SONO CORRELATI E SINERGICI, NON ANTITETICI TRA DI LORO.
Né bisogna dimenticare il risanamento ambientale, le nostre coste, le nostre città, la salute dei cittadini, il turismo. Il NUOVO PARTITO D’AZIONE riconosce il valore dell’ecologismo e non vuol mettersi su un piano di concorrenza con i Verdi, che della salvaguardia dell’ambiente hanno fatto la loro ragion d’essere. Però, anche noi riteniamo di poterci caratterizzare su un tema specifico che deve qualificarci. Il punto che proponiamo è una nuova legge sull’inquinamento da elettrosmog. Anche in questo settore, le leggi del Governo Berlusconi sono state nefande ed hanno scatenato ansia e forti proteste da parte di tantissima gente in ogni parte d’Italia.
La faccenda è molto tecnica, ma il limite indicato al punto 11 (0,3 elettronvolt) è veramente degno dei Paesi più civili ed avanzati come la Svezia ed è inferiore di ben venti volte al limite massimo indicato dal decreto Gasparri (dichiarato incostituzionale nell’ottobre 2003 dalla Corte Costituzionale) e riproposto con la classica arroganza, tipica di questa maggioranza, con il nome di ‘Codice Gasparri’.
Per finire, c’è il pacchetto di proposte contro il conflitto di interessi, contro la criminalità e contro il terrorismo, soprattutto contro il terrorismo internazionale.
Bisogna, una volta per tutte, verificare se sono evanescenti le leggi o se sono i magistrati a non applicarle, indulgendo in un perdonismo ed in un buonismo che sono del tutto fuori dalla realtà, ormai. Chiarito ciò, se sono le leggi più dure che necessitano noi siamo perché si facciano, se sono invece i magistrati a non voler applicare le leggi esistenti ed a non volerle interpretare alla lettera, allora, siamo per una legge che sui reati comuni riduca al massimo la discrezionalità del giudice. Insomma, non possiamo continuare ad assistere alla mortificazione della giustizia. I mille episodi di crimini e reati gravi, quand’anche puniti dopo sentenza, si trasformano, non di rado, in farse offensive per le vittime e per i loro cari perché dopo pochissimi anni (anche mesi) i responsabili vengono, di fatto, rimessi in libertà.
Tutto ciò deve finire. Il buonismo contro i criminali di tutte le risme, di tutti i Paesi e di tutte le fasce ed ambienti sociali è un lusso che questo disastrato Paese non può più permettersi. Allo stesso modo, deve finire anche il garantismo a senso unico che assolve i potenti e mette in galera solo i non furbi o i ladri di mele (il buonismo delle destre, si potrebbe chiamare). Cancellazione, quindi, di tutte le infami leggi ad personam volute da Berlusconi per salvare dalla giustizia se stesso ed i suoi più intimi accoliti (Legge Cirami e tutto il resto). Stesso atteggiamento di durezza deve aversi anche contro il terrorismo internazionale per il quale le leggi esistenti non sono adeguate alla pericolosità ed all’evoluzione di questo angosciante fenomeno. Il buonismo verso chi mette in pericolo l’altrui incolumità deve essere finalmente bandito insieme a tutte quelle pseudo-teorie che ancora si ostinano a ricercare sempre e solo nella società la fonte di tutti i mali e la causa di tutte le spinte a delinquere. Qui va fatta tanto una critica alla sinistra quanto alla destra.
Molte correnti di sinistra per troppo tempo hanno mistificato la realtà. Oltretutto, il tema della lotta alla criminalità comune è stato sempre poco sentito a sinistra ed ancora oggi provoca molti mal di pancia in quell’area politico-culturale.
Tra le tante cose sbagliate che la sinistra pensa del fenomeno della criminalità è che esso colpisce, in fondo solo i ricchi. Niente di più sbagliato. La criminalità colpisce i ricchi soprattutto in alcune forme, colpisce i poveri in altre e colpisce tutti i cittadini in generale, ricchi e poveri che siano. Anche se colpisse solo i ricchi ed i benestanti, questo non sarebbe certamente un motivo valido per tollerare la criminalità comune ed essere indulgenti con quest’ultima. Anche i benestanti sono cittadini italiani e non si tratta certo di poche persone. La destra, invece, oltre ad essere inefficiente anche sul piano della lotta alla criminalità comune, come sta dimostrando da quattro anni a questa parte, vede il pericolo solo in quel tipo di criminalità che attenta concretamente alla sua “roba”.
Non è per nulla garantista verso la piccola criminalità comune, ma lo diventa moltissimo con altre forme di criminalità che vedono per protagonisti non lo spacciatore o il rapinatore, ma il grande evasore fiscale o il fiancheggiatore affarista della grande criminalità organizzata, o chi compra le sentenze dei magistrati. La nostra posizione su questa tematica è veramente cristallina e chiara, facilmente comprensibile dalla gente, anche dalla meno colta: fine del cosiddetto “buonismo” per tutti e abbuoni di pena solo per chi non ha commesso reati molto gravi e soprattutto per chi offra vere garanzie di ravvedimento e di pentimento.
La legalità e la sicurezza del cittadino devono essere sottratti agli ideologismi di certa destra e di certa sinistra. La legge può ammettere attenuanti, ma non legalità a proprio uso e consumo, da una parte e dall’altra. In entrambi gli schieramenti politico-ideologici molti sono in errore e in malafede. Se la sinistra (solo la sinistra estrema?) ha tutte le ragioni quando denuncia il garantismo a senso unico delle destre, rivolto solo a favore dei forti, se ha ragione anche la seconda volta quando denuncia il fatto che per salvare i famigli del Premier la maggioranza di centrodestra è stata costretta ad allargare le maglie della giustizia fino a favorire molte espressioni criminali che aggrediscono la società ed i diritti dei cittadini (truffa, usura, falso in bilancio, corruzione, concussione, falsa testimonianza), non ha per niente ragione, invece, quando banalizza episodi che vedono come protagonisti i cosiddetti ‘diversi’. Se occorre difendere la legalità contro i soprusi dei forti e dei poteri forti, il criterio non può cambiare a proprio piacimento quando si tratta di microcriminalità. Se la legge fosse veramente uguale per tutti, non ci sarebbe alcun bisogno di invocare diversi trattamenti o trattamenti di favore per presunti ‘diversi’.
Gennaio 2006
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