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Nicola Chiaromonte  
La nostra non è un'epoca di fede, ma neppure d'incredulità. È un'epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine.
 
N. CHIAROMONTE (da Credere e non credere, Bompiani, 1971)
 

Nicola Chiaromonte nacque in Lucania, a Rapolla, nel 1905, e trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Roma, dove il padre Rocco, medico, aveva trasferito la famiglia.
Studiò a Roma presso il collegio Massimo e poi si laureò in giurisprudenza. A 16 anni, come avvenne a molti della sua generazione, divenne fascista, ma a soli 21 anni già non lo era più, anzi si era già votato al dissenso antifascista.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, accanto al consolidarsi dei suoi spiccati interessi culturali, prese meglio forma anche il suo impegno politico di oppositore e Chiaromonte entrò nel gruppo romano di ‘Giustizia e Libertà’, col quale pure ebbe spesso delle polemiche (faceva parte del cosiddetto gruppo dei ‘novatori’, l’ala sinistra di GL, più socialisti libertari che socialisti liberali). La sua attività venne notata dalla polizia politica del regime, che cominciò ben presto a rendergli la vita sempre più difficile al punto che, nel 1935, Chiaromonte decise di lasciare definitivamente l’Italia e di trasferirsi a Parigi. Dalla Francia si ritrovò, nel 1936, in Spagna per combattere contro le armate franchiste nella pattuglia aerea di Malraux, l’autore della Condition Humaine (Silone disse una volta che dei numerosi intellettuali che parteciparono alla guerra di Spagna, Chiaromonte fu, forse, l’unico a non farne oggetto di pubblicità). La 2a guerra mondiale, il crollo della Francia e l’invasione tedesca costrinsero Chiaromonte a farsi esule per la seconda volta (anzi, per la prima, forse, poiché egli amava ricordare che la Francia non era stata per lui terra d’esilio) con meta New York. Arrivò negli Stati Uniti nell’estate del 1941 attraverso il Nord Africa dove conobbe il grande scrittore francese Albert Camus, allora giovanissimo.
Quando giunse a New York, Chiaromonte aveva pubblicato qualche saggio sulla Partisan Review, su Atlantic Monthly e su The Nation, ma non era certo un nome tra l’intellighentia americana. Ben presto, però, entrò a far parte di quel gruppo raffinato ed esclusivo che contava, fra gli altri, Philiph Rahv, il direttore di Partisan Review, Dwight Macdonald, Irving Howe, Lionel Abel, Hannah Arendt, Meyer Shapiro.
A quel gruppo di intellettuali, i quali cercavano di mantenere una visione radicale mentre stavano abbandonando il marxismo, Chiaromonte diede molto e cioè – come ha osservato Irving Howe – una certa dimensione storica e filosofica. “Per noi – ha ricordato Mary Mc Carthy – era un maestro”.
Politics, la rivista di Dwight Macdonald cui l’esule Chiaromonte si legò, iniziando una assidua collaborazione, rappresentò un tentativo di conciliare tendenze diverse tra anarchiche e trotzkiste e per la grande influenza esercitata da Nicola Chiaromonte venne sempre più convertendosi ad una linea editoriale ispirata al socialismo libertario, a Proudhon, a Simone Weil ed ad Andrea Caffi (un’altra nobile e grande figura di oppositore e di socialista libertario che dalla Francia collaborava alla rivista ed a cui Chiaromonte era legato più che ad ogni altro).

In quegli anni Chiaromonte divenne il più stretto amico e collaboratore di Macdonald e tramite la sua collaborazione (ma grazie anche a quella della grande filosofa Hannah Arendt, di Victor Serge, di Anton Ciliga e di George Orwell) Politics acquistò una dimensione transatlantica. In quel fecondo, ma anche molto duro, esilio newyorchese nel quale fu pure accanto a Gaetano Salvemini, collaborando al settimanale italiano di New York, "L'Italia libera", Chiaromonte dovette però scontrarsi con le posizioni marxiste di gran parte dell’intellettualità radical-chic newyorchese, che non sopportava il rifiuto, ormai categorico, dello storicismo e del marxismo operato dal brillante saggista lucano.

Nella primavera del 1947 Chiaromonte tornò in Europa, a Roma ed a Parigi. Aveva lasciato l’Italia nel 1934 per non tornarvi che nel 1947. Le prime impressioni dell’Italia post-bellica gli confermarono il suo sospetto secondo il quale, nonostante la guerra e la Resistenza, ben poco fosse cambiato. Non erano state cambiate le leggi (da quelle di pubblica sicurezza ai codici). Neppure il governo Parri le aveva cambiate. Al ritorno in Italia Chiaromonte si sentì un eretico, un escluso. Ad un certo punto non resse più e tornò per qualche anno a vivere a Parigi, dove collaborava all’Unesco e da dove inviava articoli a riviste e giornali americani ed italiani. Nella Parigi del dopoguerra la schiera degli amici di Chiaromonte era straordinariamente vasta e qualificata; oltre ai sodali Caffi e Mario Levi, egli poteva contare sulla stima e sull’amicizia di Alfred Rosmer, di Raymond Aron, del filosofo Jean Wahl, dello scrittore americano Lionel Abel e di molti altri. Un punto di riferimento importante in quel periodo erano i “colloqui filosofici” cui, oltre a Chiaromonte e Caffi, partecipavano Koyré e Levinas.
Nel 1951 Chiaromonte tornò di nuovo a Roma e nuovamente si sentì una persona spiazzata, un emarginato. “Trovare un lavoro è un’impresa disperata se non si appartiene a qualche ghenga politica” confidava ad uno dei suoi amici. Le uniche persone libere ed anticonformiste con cui riteneva di poter aver rapporti erano gli anarchici ed i pacifisti come Capitini. “Chiaromonte – ricorda Gino Bianco - trovava la vita romana insopportabile. (…) La diffidenza che lo circondava derivava anche dalla sua sottile ma aperta indignazione per il trasformismo degli uomini di cultura. Erano stati quasi tutti fascisti, come ha documentato Zangrandi nel Lungo viaggio, ma dopo la guerra diventarono comunisti o compagni di viaggio perché il PCI era l’unica forza che potesse ancora ‘legittimarli’ garantendo loro un salvacondotto e una qualche forma di rinnovata verginità”.
Dal suo ritorno definitivo a Roma Chiaromonte cominciò a tenere la rubrica di critica teatrale del “Mondo” di Pannunzio. La sua prosa non era solo pura critica teatrale, ma anche un’occasione “di parlare, di ogni sorta di argomenti che ci stanno a cuore, di esprimere ogni sorta d’opinione che altrimenti terremmo per noi”.
Nel 1956, anno cruciale per il mondo comunista, con la denuncia di Krusciov al XX° Congresso del PCUS dei crimini dello stalinismo e con la rivoluzione ungherese schiacciata dalla Armata Rossa, nasceva la rivista “Tempo Presente”, fondata e diretta da Nicola Chiaromonte e da Ignazio Silone, l’autore di ‘Fontamara’.
Quest’ultimo, pur essendo stato comunista (a differenza di Chiaromonte, che nei primissimi anni della sua giovinezza, invece, era stato fascista), non nutrì mai nei confronti del fascismo “la reazione rabbiosa, quasi fisica, che caratterizzava invece Chiaromonte”. I due condirettori ebbero spesso rapporti tesi fra di loro. Collegato alle riviste culturali del ‘Congresso per la libertà della cultura’, come Encounter e Survey a Londra, Der Monat a Berlino e Preuve a Parigi (con cui si scambiavano articoli e collaborazioni), Tempo Presente, fra l’altro, fu la prima rivista italiana a pubblicare saggi e articoli di Hannah Arendt, Raymond Aron, Milovan Gilas, François Furet, Karl Jaspers e Isaiah Berlin. La rivista fu attentissima “al graduale risveglio dell’anelito libertario nei Paesi dell’Est comunista”. Furono anni in cui Chiaromonte continuò a scontare un certo isolamento. Questa volta si trattava di un altro versante di isolamento. Questa volta era a sinistra che si sentiva non capito. Erano gli anni in cui l’intellettualità di sinistra ed una grande parte della borghesia colta italiana erano caduti nel maniacale fanatismo della rivoluzione comunista in lontani Paesi.

Dopo la seconda Patria sovietica, anche la Cina di Mao. “Bastava un viaggio a Pechino – annota Gino Bianco in “Nicola Chiaromonte e il tempo della malafede” (Lacaita, Manduria, 1999) - di qualche giorno (naturalmente gratis) perché Trombadori (allora direttore del “Contemporaneo”, il settimanale culturale del PCI), ma persino Bobbio, Calamandrei, gli scrittori Cassola e Fortini, Antonicelli, Ernesto Treccani e tanti altri decretassero la Cina il più importante esempio mondiale di emancipazione di un popolo oppresso. E si arrabbiavano questi retori con chi, come Chiaromonte, dalle colonne di Tempo Presente sottolineava il loro fideismo, la falsità dei loro giudizi su un Paese che non conoscevano, la loro ipocrita credulità e la loro mancanza di senso critico (…). Per la generazione che aveva fondato il Partito e per quegli operai che vi avevano aderito, il comunismo era un mondo di idee accettate e credute. Ma gli intellettuali che alimentavano allora quelle discussioni avevano questo di caratteristico; non credevano nelle idee di cui discutevano; di più, la loro relazione oggettiva con quelle idee era di miscredenza. Il loro era un esempio macroscopico di nichilismo e di quello che Chiaromonte definì il “tempo della malafede”. Quegli intellettuali si trovavano cioè – per quanto riguarda quella realtà decisiva che è la realtà della coscienza – a credere che nessuna credenza valeva veramente di fronte ai fatti compiuti. Venuta meno la fede in quegli ideali (il progresso storico, l’avanzamento dell’umanità grazie alla tecnologia e alla scienza) si provvide alle “restaurazioni ideologiche”, ossia si proposero alle moltitudini i vecchi miti di socialismo, nazione, patria, ma piuttosto come ‘menzogne utili’, come finzioni, cioè perfettamente consapevoli in chi le fabbrica e in chi le accetta che come idealità in cui si credesse sinceramente”. Tra i temi dominanti della rivista l’antitotalitarismo, l’europeismo, l’appoggio al processo di decolonizzazione, l’adesione alla battaglia degli intellettuali francesi contro la guerra d’Algeria, l’avversione al nazionalismo ed all’autoritarismo di De Gaulle, la denuncia dei residui dittatoriali del franchismo nel periodo della transizione spagnola, del maccartismo e delle degenerazioni illiberali della società americana, del colpo di stato dei colonnelli greci, della dimensione teocratica del nuovo stato di Israele, dell’apartheid in Sud Africa, della politica di Washington in America Latina, dell’intervento americano in Vietnam accanto alla solidarietà con i moti di rivolta in Russia, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria.
Questa ripulsa simultanea delle deviazioni dei due blocchi contrapposti fu la nota di maggiore originalità, sul terreno politico, di Tempo Presente. Quanto alla situazione politica italiana la rivista di Chiaromonte si oppose alla sinistra stalinista non meno che alla destra clericale e reazionaria. Della vita politica italiana denunciò la partitocrazia, la corruzione, l’intreccio tra affarismo e politica, la cosiddetta ‘democrazia cifrata’, la questione morale, innumerevoli volte sollevata e mai risolta (l’anno di queste denunce era il 1962 e non il 1992 o il 2002, come dire che la questione morale è quasi eterna nel nostro Paese e che essa non è stata certamente un’invenzione del pool milanese di Mani Pulite), l’oppressione burocratica e l’esigenza di riforme politico-istituzionali.
Ma il progetto di Tempo Presente era essenzialmente culturale; la rivista cercò di dare voce a quella parte della cultura italiana che “non si era sottomessa né al marxismo-leninismo, né all’idealismo crociano né alla Chiesa Cattolica”. Tempo Presente chiuse nel 1968, e non per l’influsso della contestazione, ma per un episodio di quelli apparentemente considerati di bassa cucina. Accadde l’anno prima, il 1967, uno scandalo internazionale suscitato da alcune rivelazioni circa finanziamenti che la CIA faceva al ‘Congresso per la libertà della cultura’ cui aderiva anche la rivista di Chiaromonte.
Le rivelazioni causarono improvvise difficoltà finanziarie che costrinsero Tempo Presente alla chiusura. Più precisamente, venne a galla che il ‘Congresso per la libertà della cultura’ non era indipendente dall’Amministrazione americana, nonostante il grande prestigio dei suoi fondatori (Nabokov, Koestler, Silone, Denis de Rougemont, ecc.), ma che era sottoposto alle variabili pressioni di parte dell’establishment statunitense. Questo affaire spinse, nella primavera del 1967, Chiaromonte a Londra a far visita al direttore di Encounter, Laski, che era fortemente sospettato di essere un infiltrato della CIA nel Congresso della Cultura, cui indirettamente anche la rivista Tempo Presente faceva capo. “Ci fu uno scontro quasi fisico in cui un tesissimo Chiaromonte, indignato e furioso, ripeteva di non saperne nulla di questa oscura vicenda ed accusava Laski di non aver mai informato né lui, né Silone di quel che era successo. Faceva in qualche modo da paciere Labedz, il direttore di Survey, la più importante rivista di sovietologia del mondo”. Sulla linea editoriale di Tempo Presente e nella scelta dei collaboratori e degli argomenti non avevano mai pesato condizionamenti o censure; e nonostante non vi siano state in Italia, abbastanza incredibilmente, critiche o reazioni pubbliche, Chiaromonte visse quello “scandalo” come un affronto alla sua integrità. Di lì a poco la rivista cessò le pubblicazioni (rifiutando ogni ulteriore aiuto finanziario poco trasparente), ricorda Gino Bianco che aveva accompagnato Chiaromonte a casa di Laski. Intanto era arrivato anche il ’68. Chiaromonte non fu un sessantottino, ma neppure un nemico di quel movimento. Egli non vedeva un unico ’68, ma ne vedeva tanti e diversi (uno californiano, uno italiano, uno cecoslovacco e così via). Nicola Chiaromonte morì nel 1972. Negli ultimi anni, dal 1968 al 1972, dopo la chiusura della sua rivista era stato anche critico teatrale dell’Espresso ed era considerato il più importante critico teatrale italiano di quegli anni.
Molti lavori ed opere di Chiaromonte sono stati pubblicati postumi, ma c’è tutto un grande lavoro da fare perché lettere e scritti giacciono ancora negli archivi di mezzo mondo, soprattutto negli Stati Uniti. A trent’anni dalla sua morte è arrivato il momento di chiedersi quale è stato l’insegnamento di Chiaromonte, da molti considerato il “maestro” di tutta una generazione di intellettuali europei ed americani. “Per cominciare – possiamo sottoscrivere queste parole di Gino Bianco - una lezione di libertà e di impegno civile che non si disgiungeva mai dal culto della riflessione, del riserbo, della verità”. Impegno civile, verità e libertà erano condensati tutti e tre nella sua insofferenza “fisica per il regime fascista, per l’atmosfera alienata e servile che vi si respirava”, nella sua avversione per la mediocrità, nel suo disgusto verso gli opportunismi ed i travestimenti della stragrande maggioranza degli italiani, durante e dopo il fascismo. Non c’è dubbio; se pensiamo a tutti gli accademici che giurarono fedeltà al fascismo e poi a quelli che collaborarono con il censimento antisemita del fascismo diretto alla cacciata degli studiosi ebrei dalle accademie allora bisogna dire che Chiaromonte, che non era un accademico, in confronto a molti di coloro che nel dopoguerra furono celebrati come maestri di antifascismo e di pensiero, era un gigante che si ergeva al di sopra di troppi pavidi e di troppi pigmei (pigmei anche e soprattutto quando portavano nomi altisonanti). Ma Chiaromonte non fu un intellettuale ed una persona di grande valore solo per il suo atteggiamento etico. Nel suo caso le idee non contavano certamente meno della sua intransigenza e della sua integrità in fatto di morale pubblica e personale. Era sua profonda convinzione che il progresso morale ed il progresso scientifico non andassero più insieme e questo a datare dal 1918. “La 1a guerra mondiale – aveva scritto in Credere e non Credere - segna la fine della credenza che aveva sostituito la religione; il progresso (…). Il progresso diventa immotivato e questa è una concezione di malafede”.
All’incredulità verso il progresso affiancava, d’altronde, il suo rifiuto dello storicismo e, quindi, della religione della Storia (“l’ambigua religione moderna”). Di Gramsci osava dichiarare: "Ha insegnato a scrivere e a pensare male ad almeno due generazioni d’intellettuali italiani". “Logico che un tipo così, inviso a sinistra e sentito come un corpo estraneo dalla destra – ha scritto Dario Fertilio nella sua recensione su “Il Corriere della Sera” a “Le verità inutili” - fosse destinato ad un’estrema battaglia di minoranza al fianco di Silone. Gli scritti raccolti in questo saggio, in parte inediti, testimoniano il suo rifiuto dei miti neocapitalistici, ma allo stesso tempo la critica corrosiva a ogni forma di ideologia collettivistica.
Non ha senso, secondo lui, proporre di "moralizzare lo Stato", come se quest’ultimo fosse un’entità indipendente dagli individui; è sbagliato tentare di concretizzare politicamente le utopie, perché così si preparano gli inferni in terra; la giustizia pre-esiste al diritto perché coincide con un sentimento innato, e rende immorale qualsiasi sottomissione alla ragion di Stato o alla disciplina militare. La libertà di disobbedienza al potere ingiusto è la sfida estrema di Chiaromonte ai conformismi dell’epoca, ed anche il sintomo della sua modernità”. L’intransigenza morale ed intellettuale di Chiaromonte non ammetteva eccezioni o complicità comparizie e non risparmiava neppure la sua cultura politica di riferimento, quella liberalsocialista ed azionista, di cui aveva, all’età di trent’anni, infranto uno dei suoi miti. Il dissenso con “Giustizia e Libertà” nacque a proposito del Risorgimento.
Sul numero di “Giustizia e Libertà” del 29 marzo 1935 Caffi aveva affrontato la questione del rapporto tra l’antifascismo giellista e la tradizione risorgimentale, rifiutando decisamente la necessità di un richiamo alle “sacre memorie” del Risorgimento italiano, che veniva definito un “residuo di vanità nazionale da mettere in soffitta”.
Gli esiti non potevano non essere quelli di un Risorgimento, “addomesticato, deviato, confiscato da profittatori equivoci”, che determinò “un disagio sociale ed un marasma della vita intellettuale in Italia, che hanno avuto per sbocco (tutt’altro che inaspettato) il fascismo”. Caffi dunque individuava un filo nero di sostanziale continuità tra la compagine statale prodotta dal Risorgimento ed il fascismo, in ciò sostenuto anche da Nicola Chiaromonte, che intervenendo il 19 aprile 1935, a firma Luciano, dichiarava la propria esplicita avversione non soltanto al processo risorgimentale, ma al Risorgimento in sé, nel suo principio animatore: Chiaromonte usa l’espressione “impeto nazionale”, che ha deviato, pervertendola, ogni aspirazione alla libertà e alla democrazia. Fu uno scandalo intellettuale e politico. Un movimento come GL, che aveva fatto del Risorgimento una risorsa morale ed un mito storico da contrapporre al fascismo, un mito trasfiguratosi successivamente nella Resistenza (da parte degli azionisti), non a caso idealizzata come Secondo Risorgimento d’Italia, non poteva accettare questa “eresia”. La difesa del Risorgimento venne assunta da Rosselli e da Franco Venturi. Il valore intellettuale di Chiaromonte si può oggi percepire meglio rispetto ai lustri precedenti. “E’ venuta meno la promessa e la speranza di una umanità felice ed affratellata”, sono parole che denotano una chiara presa di coscienza, quella del disincanto e dell’incredulità, due concetti importanti nel dibattito odierno sulla crisi.

 

 

 
       

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