| Nicola Chiaromonte nacque in Lucania, a Rapolla, nel 1905, e trascorse
l’infanzia e l’adolescenza a Roma, dove il padre Rocco,
medico, aveva trasferito la famiglia.
Studiò a Roma presso il
collegio Massimo e poi si laureò in giurisprudenza. A 16 anni,
come avvenne a molti della sua generazione, divenne fascista, ma a soli
21 anni già non lo era più, anzi si era già votato
al dissenso antifascista.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio
degli anni Trenta, accanto al consolidarsi dei suoi spiccati interessi
culturali, prese meglio forma anche il suo impegno politico di oppositore
e Chiaromonte entrò nel gruppo romano di ‘Giustizia e Libertà’,
col quale pure ebbe spesso delle polemiche (faceva parte del cosiddetto
gruppo dei ‘novatori’, l’ala sinistra di GL, più
socialisti libertari che socialisti liberali). La sua attività
venne notata dalla polizia politica del regime, che cominciò
ben presto a rendergli la vita sempre più difficile al punto
che, nel 1935, Chiaromonte decise di lasciare definitivamente l’Italia
e di trasferirsi a Parigi. Dalla Francia si ritrovò, nel 1936,
in Spagna per combattere contro le armate franchiste nella pattuglia
aerea di Malraux, l’autore della Condition Humaine (Silone disse
una volta che dei numerosi intellettuali che parteciparono alla guerra
di Spagna, Chiaromonte fu, forse, l’unico a non farne oggetto
di pubblicità). La 2a guerra mondiale, il crollo della Francia
e l’invasione tedesca costrinsero Chiaromonte a farsi esule per
la seconda volta (anzi, per la prima, forse, poiché egli amava
ricordare che la Francia non era stata per lui terra d’esilio)
con meta New York. Arrivò negli Stati Uniti nell’estate
del 1941 attraverso il Nord Africa dove conobbe il grande scrittore
francese Albert Camus, allora giovanissimo.
Quando giunse a New York,
Chiaromonte aveva pubblicato qualche saggio sulla Partisan Review, su Atlantic Monthly e su The Nation, ma non era certo un nome tra l’intellighentia
americana. Ben presto, però, entrò a far parte di quel
gruppo raffinato ed esclusivo che contava, fra gli altri, Philiph Rahv,
il direttore di Partisan Review, Dwight Macdonald, Irving Howe, Lionel
Abel, Hannah Arendt, Meyer Shapiro.
A quel gruppo di intellettuali, i quali cercavano di mantenere una visione
radicale mentre stavano abbandonando il marxismo, Chiaromonte diede
molto e cioè – come ha osservato Irving Howe – una
certa dimensione storica e filosofica. “Per noi – ha ricordato
Mary Mc Carthy – era un maestro”.
Politics, la rivista di
Dwight Macdonald cui l’esule Chiaromonte si legò, iniziando
una assidua collaborazione, rappresentò un tentativo di conciliare
tendenze diverse tra anarchiche e trotzkiste e per la grande influenza
esercitata da Nicola Chiaromonte venne sempre più convertendosi
ad una linea editoriale ispirata al socialismo libertario, a Proudhon,
a Simone Weil ed ad Andrea Caffi (un’altra nobile e grande figura
di oppositore e di socialista libertario che dalla Francia collaborava
alla rivista ed a cui Chiaromonte era legato più che ad ogni
altro).
In quegli anni Chiaromonte divenne il più stretto amico
e collaboratore di Macdonald e tramite la sua collaborazione (ma grazie
anche a quella della grande filosofa Hannah Arendt, di Victor Serge,
di Anton Ciliga e di George Orwell) Politics acquistò una dimensione
transatlantica. In quel fecondo, ma anche molto duro, esilio newyorchese
nel quale fu pure accanto a Gaetano Salvemini, collaborando al settimanale
italiano di New York, "L'Italia libera", Chiaromonte dovette
però scontrarsi con le posizioni marxiste di gran parte dell’intellettualità
radical-chic newyorchese, che non sopportava il rifiuto, ormai categorico,
dello storicismo e del marxismo operato dal brillante saggista lucano.
Nella primavera del 1947 Chiaromonte tornò in Europa, a Roma
ed a Parigi. Aveva lasciato l’Italia nel 1934 per non tornarvi
che nel 1947. Le prime impressioni dell’Italia post-bellica gli
confermarono il suo sospetto secondo il quale, nonostante la guerra
e la Resistenza, ben poco fosse cambiato. Non erano state cambiate le
leggi (da quelle di pubblica sicurezza ai codici). Neppure il governo
Parri le aveva cambiate. Al ritorno in Italia Chiaromonte si sentì
un eretico, un escluso. Ad un certo punto non resse più e tornò
per qualche anno a vivere a Parigi, dove collaborava all’Unesco
e da dove inviava articoli a riviste e giornali americani ed italiani.
Nella Parigi del dopoguerra la schiera degli amici di Chiaromonte era
straordinariamente vasta e qualificata; oltre ai sodali Caffi e Mario
Levi, egli poteva contare sulla stima e sull’amicizia di Alfred
Rosmer, di Raymond Aron, del filosofo Jean Wahl, dello scrittore americano
Lionel Abel e di molti altri. Un punto di riferimento importante in
quel periodo erano i “colloqui filosofici” cui, oltre a
Chiaromonte e Caffi, partecipavano Koyré e Levinas.
Nel 1951
Chiaromonte tornò di nuovo a Roma e nuovamente si sentì
una persona spiazzata, un emarginato. “Trovare un lavoro è
un’impresa disperata se non si appartiene a qualche ghenga politica”
confidava ad uno dei suoi amici. Le uniche persone libere ed anticonformiste
con cui riteneva di poter aver rapporti erano gli anarchici ed i pacifisti
come Capitini. “Chiaromonte – ricorda Gino Bianco - trovava
la vita romana insopportabile. (…) La diffidenza che lo circondava
derivava anche dalla sua sottile ma aperta indignazione per il trasformismo
degli uomini di cultura. Erano stati quasi tutti fascisti, come ha documentato
Zangrandi nel Lungo viaggio, ma dopo la guerra diventarono comunisti
o compagni di viaggio perché il PCI era l’unica forza che
potesse ancora ‘legittimarli’ garantendo loro un salvacondotto
e una qualche forma di rinnovata verginità”.
Dal suo ritorno definitivo a Roma Chiaromonte cominciò a tenere
la rubrica di critica teatrale del “Mondo” di Pannunzio.
La sua prosa non era solo pura critica teatrale, ma anche un’occasione
“di parlare, di ogni sorta di argomenti che ci stanno a cuore,
di esprimere ogni sorta d’opinione che altrimenti terremmo per
noi”.
Nel 1956, anno cruciale per il mondo comunista, con la denuncia
di Krusciov al XX° Congresso del PCUS dei crimini dello stalinismo
e con la rivoluzione ungherese schiacciata dalla Armata Rossa, nasceva
la rivista “Tempo Presente”, fondata e diretta da Nicola
Chiaromonte e da Ignazio Silone, l’autore di ‘Fontamara’.
Quest’ultimo, pur essendo stato comunista (a differenza di Chiaromonte,
che nei primissimi anni della sua giovinezza, invece, era stato fascista),
non nutrì mai nei confronti del fascismo “la reazione rabbiosa,
quasi fisica, che caratterizzava invece Chiaromonte”. I due condirettori
ebbero spesso rapporti tesi fra di loro. Collegato alle riviste culturali
del ‘Congresso per la libertà della cultura’, come
Encounter e Survey a Londra, Der Monat a Berlino e Preuve a Parigi (con
cui si scambiavano articoli e collaborazioni), Tempo Presente, fra l’altro,
fu la prima rivista italiana a pubblicare saggi e articoli di Hannah
Arendt, Raymond Aron, Milovan Gilas, François Furet, Karl Jaspers
e Isaiah Berlin. La rivista fu attentissima “al graduale risveglio
dell’anelito libertario nei Paesi dell’Est comunista”.
Furono anni in cui Chiaromonte continuò a scontare un certo isolamento.
Questa volta si trattava di un altro versante di isolamento. Questa
volta era a sinistra che si sentiva non capito. Erano gli anni in cui
l’intellettualità di sinistra ed una grande parte della
borghesia colta italiana erano caduti nel maniacale fanatismo della
rivoluzione comunista in lontani Paesi.
Dopo la seconda Patria sovietica,
anche la Cina di Mao. “Bastava un viaggio a Pechino – annota
Gino Bianco in “Nicola Chiaromonte e il tempo della malafede”
(Lacaita, Manduria, 1999) - di qualche giorno (naturalmente gratis)
perché Trombadori (allora direttore del “Contemporaneo”,
il settimanale culturale del PCI), ma persino Bobbio, Calamandrei, gli
scrittori Cassola e Fortini, Antonicelli, Ernesto Treccani e tanti altri
decretassero la Cina il più importante esempio mondiale di emancipazione
di un popolo oppresso. E si arrabbiavano questi retori con chi, come
Chiaromonte, dalle colonne di Tempo Presente sottolineava il loro fideismo,
la falsità dei loro giudizi su un Paese che non conoscevano,
la loro ipocrita credulità e la loro mancanza di senso critico
(…). Per la generazione che aveva fondato il Partito e per quegli
operai che vi avevano aderito, il comunismo era un mondo di idee accettate
e credute. Ma gli intellettuali che alimentavano allora quelle discussioni
avevano questo di caratteristico; non credevano nelle idee di cui discutevano;
di più, la loro relazione oggettiva con quelle idee era di miscredenza.
Il loro era un esempio macroscopico di nichilismo e di quello che Chiaromonte
definì il “tempo della malafede”. Quegli intellettuali
si trovavano cioè – per quanto riguarda quella realtà
decisiva che è la realtà della coscienza – a credere
che nessuna credenza valeva veramente di fronte ai fatti compiuti. Venuta
meno la fede in quegli ideali (il progresso storico, l’avanzamento
dell’umanità grazie alla tecnologia e alla scienza) si
provvide alle “restaurazioni ideologiche”, ossia si proposero
alle moltitudini i vecchi miti di socialismo, nazione, patria, ma piuttosto
come ‘menzogne utili’, come finzioni, cioè perfettamente
consapevoli in chi le fabbrica e in chi le accetta che come idealità
in cui si credesse sinceramente”. Tra i temi dominanti della rivista
l’antitotalitarismo, l’europeismo, l’appoggio al processo
di decolonizzazione, l’adesione alla battaglia degli intellettuali
francesi contro la guerra d’Algeria, l’avversione al nazionalismo
ed all’autoritarismo di De Gaulle, la denuncia dei residui dittatoriali
del franchismo nel periodo della transizione spagnola, del maccartismo
e delle degenerazioni illiberali della società americana, del
colpo di stato dei colonnelli greci, della dimensione teocratica del
nuovo stato di Israele, dell’apartheid in Sud Africa, della politica
di Washington in America Latina, dell’intervento americano in
Vietnam accanto alla solidarietà con i moti di rivolta in Russia,
in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria.
Questa ripulsa simultanea
delle deviazioni dei due blocchi contrapposti fu la nota di maggiore
originalità, sul terreno politico, di Tempo Presente. Quanto
alla situazione politica italiana la rivista di Chiaromonte si oppose
alla sinistra stalinista non meno che alla destra clericale e reazionaria.
Della vita politica italiana denunciò la partitocrazia, la corruzione,
l’intreccio tra affarismo e politica, la cosiddetta ‘democrazia
cifrata’, la questione morale, innumerevoli volte sollevata e
mai risolta (l’anno di queste denunce era il 1962 e non il 1992
o il 2002, come dire che la questione morale è quasi eterna nel
nostro Paese e che essa non è stata certamente un’invenzione
del pool milanese di Mani Pulite), l’oppressione burocratica e
l’esigenza di riforme politico-istituzionali.
Ma il progetto di
Tempo Presente era essenzialmente culturale; la rivista cercò
di dare voce a quella parte della cultura italiana che “non si
era sottomessa né al marxismo-leninismo, né all’idealismo
crociano né alla Chiesa Cattolica”. Tempo Presente chiuse
nel 1968, e non per l’influsso della contestazione, ma per un
episodio di quelli apparentemente considerati di bassa cucina. Accadde
l’anno prima, il 1967, uno scandalo internazionale suscitato da
alcune rivelazioni circa finanziamenti che la CIA faceva al ‘Congresso
per la libertà della cultura’ cui aderiva anche la rivista
di Chiaromonte.
Le rivelazioni causarono improvvise difficoltà
finanziarie che costrinsero Tempo Presente alla chiusura. Più
precisamente, venne a galla che il ‘Congresso per la libertà
della cultura’ non era indipendente dall’Amministrazione
americana, nonostante il grande prestigio dei suoi fondatori (Nabokov,
Koestler, Silone, Denis de Rougemont, ecc.), ma che era sottoposto alle
variabili pressioni di parte dell’establishment statunitense.
Questo affaire spinse, nella primavera del 1967, Chiaromonte a Londra
a far visita al direttore di Encounter, Laski, che era fortemente sospettato
di essere un infiltrato della CIA nel Congresso della Cultura, cui indirettamente
anche la rivista Tempo Presente faceva capo. “Ci fu uno scontro
quasi fisico in cui un tesissimo Chiaromonte, indignato e furioso, ripeteva
di non saperne nulla di questa oscura vicenda ed accusava Laski di non
aver mai informato né lui, né Silone di quel che era successo.
Faceva in qualche modo da paciere Labedz, il direttore di Survey, la
più importante rivista di sovietologia del mondo”. Sulla
linea editoriale di Tempo Presente e nella scelta dei collaboratori
e degli argomenti non avevano mai pesato condizionamenti o censure;
e nonostante non vi siano state in Italia, abbastanza incredibilmente,
critiche o reazioni pubbliche, Chiaromonte visse quello “scandalo”
come un affronto alla sua integrità. Di lì a poco la rivista
cessò le pubblicazioni (rifiutando ogni ulteriore aiuto finanziario
poco trasparente), ricorda Gino Bianco che aveva accompagnato Chiaromonte
a casa di Laski. Intanto era arrivato anche il ’68. Chiaromonte
non fu un sessantottino, ma neppure un nemico di quel movimento. Egli
non vedeva un unico ’68, ma ne vedeva tanti e diversi (uno californiano,
uno italiano, uno cecoslovacco e così via). Nicola Chiaromonte
morì nel 1972. Negli ultimi anni, dal 1968 al 1972, dopo la chiusura
della sua rivista era stato anche critico teatrale dell’Espresso ed era considerato il più importante critico teatrale italiano
di quegli anni.
Molti lavori ed opere di Chiaromonte sono stati pubblicati
postumi, ma c’è tutto un grande lavoro da fare perché
lettere e scritti giacciono ancora negli archivi di mezzo mondo, soprattutto
negli Stati Uniti. A trent’anni dalla sua morte è arrivato
il momento di chiedersi quale è stato l’insegnamento di
Chiaromonte, da molti considerato il “maestro” di tutta
una generazione di intellettuali europei ed americani. “Per cominciare
– possiamo sottoscrivere queste parole di Gino Bianco - una lezione
di libertà e di impegno civile che non si disgiungeva mai dal
culto della riflessione, del riserbo, della verità”. Impegno
civile, verità e libertà erano condensati tutti e tre
nella sua insofferenza “fisica per il regime fascista, per l’atmosfera
alienata e servile che vi si respirava”, nella sua avversione
per la mediocrità, nel suo disgusto verso gli opportunismi ed
i travestimenti della stragrande maggioranza degli italiani, durante
e dopo il fascismo. Non c’è dubbio; se pensiamo a tutti
gli accademici che giurarono fedeltà al fascismo e poi a quelli
che collaborarono con il censimento antisemita del fascismo diretto
alla cacciata degli studiosi ebrei dalle accademie allora bisogna dire
che Chiaromonte, che non era un accademico, in confronto a molti di
coloro che nel dopoguerra furono celebrati come maestri di antifascismo
e di pensiero, era un gigante che si ergeva al di sopra di troppi pavidi
e di troppi pigmei (pigmei anche e soprattutto quando portavano nomi
altisonanti). Ma Chiaromonte non fu un intellettuale ed una persona
di grande valore solo per il suo atteggiamento etico. Nel suo caso le
idee non contavano certamente meno della sua intransigenza e della sua
integrità in fatto di morale pubblica e personale. Era sua profonda
convinzione che il progresso morale ed il progresso scientifico non
andassero più insieme e questo a datare dal 1918. “La 1a
guerra mondiale – aveva scritto in Credere e non Credere - segna
la fine della credenza che aveva sostituito la religione; il progresso
(…). Il progresso diventa immotivato e questa è una concezione
di malafede”.
All’incredulità verso il progresso
affiancava, d’altronde, il suo rifiuto dello storicismo e, quindi,
della religione della Storia (“l’ambigua religione moderna”).
Di Gramsci osava dichiarare: "Ha insegnato a scrivere e a pensare
male ad almeno due generazioni d’intellettuali italiani".
“Logico che un tipo così, inviso a sinistra e sentito come
un corpo estraneo dalla destra – ha scritto Dario Fertilio nella
sua recensione su “Il Corriere della Sera” a “Le verità
inutili” - fosse destinato ad un’estrema battaglia di minoranza
al fianco di Silone. Gli scritti raccolti in questo saggio, in parte
inediti, testimoniano il suo rifiuto dei miti neocapitalistici, ma allo
stesso tempo la critica corrosiva a ogni forma di ideologia collettivistica.
Non ha senso, secondo lui, proporre di "moralizzare lo Stato",
come se quest’ultimo fosse un’entità indipendente
dagli individui; è sbagliato tentare di concretizzare politicamente
le utopie, perché così si preparano gli inferni in terra;
la giustizia pre-esiste al diritto perché coincide con un sentimento
innato, e rende immorale qualsiasi sottomissione alla ragion di Stato
o alla disciplina militare. La libertà di disobbedienza al potere
ingiusto è la sfida estrema di Chiaromonte ai conformismi dell’epoca,
ed anche il sintomo della sua modernità”. L’intransigenza
morale ed intellettuale di Chiaromonte non ammetteva eccezioni o complicità
comparizie e non risparmiava neppure la sua cultura politica di riferimento,
quella liberalsocialista ed azionista, di cui aveva, all’età
di trent’anni, infranto uno dei suoi miti. Il dissenso con “Giustizia
e Libertà” nacque a proposito del Risorgimento.
Sul numero
di “Giustizia e Libertà” del 29 marzo 1935 Caffi
aveva affrontato la questione del rapporto tra l’antifascismo
giellista e la tradizione risorgimentale, rifiutando decisamente la
necessità di un richiamo alle “sacre memorie” del
Risorgimento italiano, che veniva definito un “residuo di vanità
nazionale da mettere in soffitta”.
Gli esiti non potevano non
essere quelli di un Risorgimento, “addomesticato, deviato, confiscato
da profittatori equivoci”, che determinò “un disagio
sociale ed un marasma della vita intellettuale in Italia, che hanno
avuto per sbocco (tutt’altro che inaspettato) il fascismo”.
Caffi dunque individuava un filo nero di sostanziale continuità
tra la compagine statale prodotta dal Risorgimento ed il fascismo, in
ciò sostenuto anche da Nicola Chiaromonte, che intervenendo il
19 aprile 1935, a firma Luciano, dichiarava la propria esplicita avversione
non soltanto al processo risorgimentale, ma al Risorgimento in sé,
nel suo principio animatore: Chiaromonte usa l’espressione “impeto
nazionale”, che ha deviato, pervertendola, ogni aspirazione alla
libertà e alla democrazia. Fu uno scandalo intellettuale e politico.
Un movimento come GL, che aveva fatto del Risorgimento una risorsa morale
ed un mito storico da contrapporre al fascismo, un mito trasfiguratosi
successivamente nella Resistenza (da parte degli azionisti), non a caso
idealizzata come Secondo Risorgimento d’Italia, non poteva accettare
questa “eresia”. La difesa del Risorgimento venne assunta
da Rosselli e da Franco Venturi. Il valore intellettuale di Chiaromonte
si può oggi percepire meglio rispetto ai lustri precedenti. “E’
venuta meno la promessa e la speranza di una umanità felice ed
affratellata”, sono parole che denotano una chiara presa di coscienza,
quella del disincanto e dell’incredulità, due concetti
importanti nel dibattito odierno sulla crisi. |