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Alexander
Langer (Vipiteno 1946 - Firenze 1995)
(del Prof.
Roberto Dall'Olio)
Alexander (Alex) Langer nasce a Vipiteno/Sterzing (Bz) nel
1946 proprio all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale da
padre viennese e madre sudtirolese. Il padre, medico di origine ebraica,
era fuggito in Italia per scampare alle persecuzioni razziali e rimase
appunto nel nostro Paese trovandovi la possibilità di una vita stabile e
di farsi una famiglia. Langer dunque cresce in un ambiente famigliare
culturalmente avanzato e stimolante e fin da ragazzo mostra una
precocissima sensibilità per i problemi etnici e in generale legati alla
convivenza fra persone di etnia, confessione religiosa, lingua diverse.
Proprio partendo dall’esempio di suo padre, dal fatto che quest’ultimo
non andasse in Chiesa, Langer cominciò a misurarsi con la diversità, con
il rispetto che si deve alla diversità. Cattolico di ispirazione
mariana, Langer frequenta il Liceo classico a Bolzano dove fonda una
rivista bilingue dal titolo emblematico : “Il ponte/Die Bruecke”. In
questo foglio, davvero anticipatore nel Sudtirolo dei primi anni
Sessanta, Langer mostra già nei suoi articoli quelli che saranno i temi
dominanti della sua vita di uomo politico e scrittore. In primo luogo le
questioni di una terra di confine, i rapporti tra “tedeschi” e
“italiani”, il dialogo tra due mondi separati. Qui si trova elaborato il
suo concetto di RELAZIONE inteso non come assenza di tensioni, ma come
capacità di leggere ed affrontare le tensioni. Relazione come emozione,
contatto ed elaborazione intellettuale delle medesime.
Laureatosi a Firenze nel mezzo del Sessantotto in
giurisprudenza, conosce alcuni grandi della cultura italiana, primo fra
tutti Giorgio La Pira, poi il fine Balducci e, di passaggio, don Milani.
Tradurrà in tedesco la Lettera ad una professoressa del Priore di
Barbiana. Imbevutosi del nuovo umanesimo fiorentino, mediandolo con la
cultura classica tedesca che conosceva molto bene, tutto compreso nel
dialogo difficile tra comunisti e cattolici, si troverà poi in Germania
e a Trento ove si laureerà in Sociologia, tenendo una rubrica per un
settimanale tedesco, “lettere dall’Italia”.
I durissimi e potentemente creativi anni Settanta lo
vedono a Roma come figura di spicco di Lotta Continua e diverrà
direttore del giornale omonimo. Fu questo il periodo in cui Langer
incontrò il marxismo impegnato e in cui contaminò maggiormente il suo
linguaggio al solito così originale e personale con gli slogan e il
politichese di allora. Sono gli anni dei proletari in divisa, anni in
cui si cerca di fare proseliti tra i militari di leva in vista della
rivoluzione proletaria e studentesca sempre ritenuta possibile. Ma
l’epilogo tragico di questa stagione è alle porte e Langer riprende ad
insegnare storia e filosofia progettando sul finire dei Settanta una
lista della Nuova sinistra per il Sudtirolo. Chiede il trasferimento al
Liceo classico di Bolzano, ma avendo rifiutato di aderire al “censimento
etnico” del 1980, cioè obiettando di dichiarare a quale etnia
sudtirolese (tedesca, ladina o italiana) egli appartenesse, il ministro
Falcucci gli negò il trasferimento a Bolzano ed ebbe così inizio il suo
vero impegno nelle istituzioni. Prima come consigliere della giunta
regionale del Trentino – Alto Adige poi come cofondatore delle liste dei
Verdi nella metà degli anni Ottanta. La direttiva politica di questi
suoi anni così intensi era guidata da due idee fondamentali : la
conversione ecologica e la convivenza inter-etnica. Langer aveva così
indissolubilmente legato il problema della crisi ecologica con la
questione della convivenza tra persone di etnia diversa. Il movimento
dei Verdi si poneva come alternativo alla logica dei Blocchi tipico del
clima politico della Guerra Fredda, ispirandosi al pensiero meridiano di
Camus (né con l’est che è menzogna, ma neppure con l’ovest che è
ipocrisia) e all’idea nonviolenta e euromediterranea dell’agire
politico.
In un certo senso ci sono vicinanze con Olof Palme e con
l’eurocomunismo di Enrico Berlinguer. Nonideologico e incarnato nella
storia il pensiero di Alex Langer si nutriva di speranza verso un mondo
migliore. Ma si esponeva anche fortemente a delle delusioni. Fondatore
del festival delle utopie concrete di Città di Castello , Langer viveva
nel suo viaggiare leggero le contraddizioni di un’epoca ambigua come la
nostra di fine secolo. L’anno ’89 , l’anno di Tien An Men e del crollo
del Muro di Berlino, lo vede eletto al Parlamento europeo (nell’ambito
di una campagna elettorale tutta sui generis, partita dalla Vetta
d’Italia e di cui anche chi scrive fu testimone nella Bologna di quel
tempo) nelle file dei Verdi di cui diventerà “ministro degli esteri per
l’est europeo” e anche Presidente nel Parlamento di Strasburgo. Comprese
da subito che il crollo del comunismo nell’est Europa avrebbe comportato
una serie di pericolosi smottamenti socio- politici e alimentato i
focolai di violenza etnica in incubazione da decenni. Iniziò dunque un
estenuante impegno a fronteggiare tali pericoli non dimenticando
ovviamente i segnali sempre più evidenti della crisi ecologica in atto.
Uomo politico di prima grandezza e di memorabile onestà (pubblicava
puntualmente i suoi bilanci di parlamentare europeo) era anche un grande
scrittore, una penna felice e uomo di sensibilità profonda nonché
segretamente offesa. Segnali di una sua carsica disperazione si ebbero
in occasione del suicidio di Petra Kelly e del suo compagno, ex generale
tedesco, Gert Bastian, entrambi bandiere del movimento nonviolento ed
ecologista. Scrisse Alexander Langer in merito alla tragica scelta dei
due coniugi : “troppi gli amori che si intrecciano e non si
risolvono…troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che riesce a
compiere, addio Petra Kelly”. Si era insinuata in Langer, uomo gettatosi
nelle acque gelide della storia ( lui stessa l’aveva chiamata
un’immersione onesta) con tutto il suo carico di progetti e speranze,
essendo considerato un hoffnungstraeger, cioè un portatore di speranze
collettive, la tragica frattura tra l’ideale e il reale, tra il
desiderio utopico e le possibilità, per dirla con Weber : il conflitto
tra convinzioni e responsabilità. Rieletto al Parlamento europeo nel
1994, Langer diede tutto se stesso per capovolgere le cattive sorti
della guerra etnica in Jugoslavia giungendo anche ad invocare, lui
fervido nonviolento, l’uso delle armi, ovvero l’intervento di un
esercito di interposizione, per fermare la guerra civile, combattuta
muro per muro, casa per casa. Ma in Italia non furono pochi né i silenzi
e neppure le critiche, persino le accuse di essere un guerrafondaio
convertitosi agli interessi dei venditori di armi nei confronti della
sua proposta. Crediamo (uso il noi nel senso di tutti quelli che l0hanno
direttamente o indirettamente conosciuto) tutti abbia sofferto
immensamente per tele violenza illegittima che gli venne arrecata.
Nuovamente respinta la sua candidatura a sindaco di Bolzano per le
stesse ragioni di 25 anni prima, Langer nella sua affollata solitudine
si tolse la vita a Firenze morendo più disperato che mai –sono sue
parole- il 3 luglio 1995. Ebbe ben tre funerali, a Firenze, A Bolzano, e
a Vipiteno sopra le cui pendici giace la sua tomba.
Il Parlamento Europeo
l’ha più volte ricordato e gli ha dedicato una sala importante alla
memoria. In Italia nonostante gli sforzi dei suoi amici più cari, tra
cui Adriano Sofri ed Edi Rabini (tra l’altro curatori della prima
antologia dei suoi scritti edita da Sellerio col suggestivo titolo “Il
viaggiatore leggero”), della Fondazione intitolata a suo nome e con sede
a Bolzano, della rivista di Forlì Una città, di Azione nonviolenta e del
suo direttore Mao Valpiana, delle riviste innumerevoli cui aveva
collaborato, di altri compagni di strada quali Guido Viale, Gianfranco
Bettin, Peter Kammerer, la defunta Lisa Foa, l’opera meritoria ed
importante di Fabio Levi, I viaggi di Alex, edita recentemente per
Feltrinelli, il ricordo continuo di lui acceso nei Verdi da Pinuccia
Montanari e , anche il piccolo contributo di chi ha redatto questa
scheda; nonostante questi sforzi, il ricordo di lui nel decennale della
morte su Repubblica e sul Manifesto, l’edizione delle sue lettere per
“Diario” settimanale dell’Unità , il nome di Alexander Langer è rimasto
oscuro ai più. Forse è questa la cifra della sua lotta dalla parte delle
minoranze, ma la sua aspirazione era che le sue idee fossero diffuse-
desiderabili come la sua idea di conversione ecologica della società-
senza violenza. Consapevole com’era che nemmeno lui era forse in grado a
volte di vivere nel mondo che aveva in testa. Lontanissimo com’era da
idee ecocratiche ed ecocentriche, da dittature ecolatriche o abominii
simili. Forse molti suoi temi seminati senza la sua esclusiva, proprio
perché viaggiatore leggero e non conquistatore (memorabili le sue parole
in occasione del cinquecentesimo di Colombo e dell’America) , stanno qua
e là maturando e proponendo nuove speranze e la sua sconfitta – perché
davvero la storia sembra averlo schiacciato e sconfitto, si sta
lentamente tramutando in una durevole proposta di pace