L’azionismo non si esaurisce
nell’antiberlusconismo
Si torna a parlare ancora una volta di
azionismo e non più solo nei convegni storiografici; l’azionismo è
ritornato oggetto di polemica anche politica, segno questo di un suo
ritorno di attualità, un ritorno di attualità non effimero che il
sottoscritto ed altri compagni di avventura hanno messo a fondamento della
decisione di ridar vita mutatis mutandis al Partito d’Azione (una impresa
che in circa 60 anni non era riuscita a nessuno), non certo nella sua
forma degli anni della guerra e della Resistenza, ma in forme
assolutamente aggiornate, per quanto, al tempo stesso, fedelissime
all’ispirazione originaria.
Il Partito d’Azione degli anni 2000 si
chiama, come ormai quasi tutti sanno, Nuovo partito d’azione; ultimo
partito nato nel centrosinistra dove è stabilmente collocato. Gli
azionisti vecchi e nuovi hanno finalmente una loro casa. È finita dunque
la sessantennale diaspora e non ci sono più orfani tra di noi. Soprattutto
ci sono tanti giovani che possono anche saper poco del vecchio Partito
d’Azione di Parri, ma che vogliono cambiare la società odierna.
Detto
ciò, posso precisare il motivo per cui intervengo su Europa. Il quotidiano
sta pubblicando degli interessanti articoli di Federico Orlando sulla
questione azionista, l’ultimo dei quali “Né azionisti né concretisti”
(Europa del 22 dicembre) interviene nel dibattito aperto da D’Alema il
quale ha ritenuto di dare un riconoscimento, seppur a modo suo, alla
cultura azionista, colpevole di rappresentare il luogo sempiterno ed
irriducibile dell’intransigenza etica, che, di certo, a disincantati e,
non di rado, cinici occhi realisti e togliattiani, deve sembrare un
atteggiamento politico-culturale antipaticamente affetto da noioso e
fastidioso moralismo. Aspettiamo solo che qualcuno dica che la colpa del
clima di guerra civile ideologica dipende non da Berlusconi ma dalla
scomoda persistenza della cultura azionista e poi stiamo a posto. Tutto
ciò, si badi bene, come ha detto Gianfranco Pasquino, per noi azionisti o
neo-azionisti costituisce un grande ed insperato riconoscimento al di là
ovviamente delle intenzioni di D’Alema.
Federico Orlando mi concederà
di essere solo parzialmente d’accordo con lui quando scrive: «Più che al
partito di Parri e La Malfa, il riferimento di D’Alema è parso al
“partito” di Scalfari e Mauro. Ma la forzatura sarebbe evidente:
l’intransigenza morale del “partito di Repubblica” verso il berlusconismo
ripete, come “questione” posta agli italiani, l’intransigenza degli
azionisti verso il fascismo».
Io non nego che il quotidiano La
Repubblica guidi l’opinione pubblica antiberlusconiana, ma l’azionismo non
si esaurisce tout court nell’antiberlusconismo.
L’azionismo è una
visione ampia della società.
Era così per il vecchio PdA; è così ed in
misura non certo minore per il Nuovo Partito d’Azione oggi. In quanto al
quotidiano di Mauro, mi sembra fino a prova contraria che esso appoggi il
Partito democratico, che parli pochissimo degli altri partiti a sinistra
del Pd e che non abbia pubblicato finora neanche una delle tre letterine
che gli abbiamo mandato come Nuovo Partito d’Azione. Mi si lasci dire
qualcosa anche sul Pd.
D’Alema tira un sospiro di sollievo perché in
questo momento il Pd avrebbe scampato il pericolo di diventare un Partito
d’Azione di massa.
A prescindere dal tema se un Partito d’Azione possa
essere o no di massa, la mia domanda è la seguente; tranne che nei voli
pindarici del professor Michele Salvati, quando mai il Pd nei due anni e
poco più della sua storia è stato un Partito d’Azione di massa?
*segretario nazionale del Nuovo Partito d’Azione
Pino A. Quartana
Intervento del Segretario nazionale N.P.A.
sul quotidiano Europa.
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/115484/lazionismo_non_si_esaurisce_nellantiberlusconismo